Paolo Scafora: l’arte della scarpa fatta a mano tra tradizione, comfort e futuro

Nel mondo della scarpa fatta a mano, ci sono artigiani che realizzano un prodotto. E poi ci sono famiglie che portano avanti una cultura. Nel caso di Paolo Scafora, tutto nasce da una tradizione che attraversa generazioni: dal nonno, al padre, fino a un presente in cui la scarpa continua a essere pensata come un oggetto di precisione, di comfort e di bellezza. In questa intervista, Scafora racconta la sua formazione, il rapporto con Napoli, il senso profondo del fatto a mano e la responsabilità di trasmettere questo mestiere ai giovani. Ne emerge una visione chiara: una scarpa artigianale non è un simbolo di lusso, ma il risultato di pazienza, rigore e rispetto per chi la indosserà.
“Per essere un buon artigiano devi avere buoni clienti.”
1. Come descriverebbe in poche parole la sua storia e quella dell’atelier?
PS. La mia storia viene da lontano. Viene da mio nonno. Non l’ho creata io: l’ho ricevuta in eredità. Prima mio nonno, poi mio padre con i suoi fratelli, e oggi io insieme a mio fratello e alle mie sorelle portiamo avanti ancora un po’ le tradizioni di questa antica arte che è la scarpa fatta a mano.
2. In che modo Napoli e le tradizioni locali hanno influenzato il suo lavoro?
PS. In modo importante. Qui c’è sempre stato il piacere del manufatto ben fatto, ma anche del bello. Io dico sempre che per essere un buon artigiano bisogna avere buoni clienti. Se il cliente è esigente, se è intenditore, ti spinge a realizzare qualcosa di bello e di ben fatto.
Se oggi facciamo quello che facciamo, è anche grazie ai nostri clienti, che sono estimatori dell’artigianato e del bello.
3. C’è stato un momento preciso in cui ha capito che avrebbe scelto questo mestiere?
PS. A dire il vero, no. Non c’è stato un momento preciso. Essendo un’azienda di famiglia, sono stato inserito lentamente, quasi in modo naturale. All’inizio era anche un gioco. Da piccolo andavo in fabbrica con mio padre, giocavo tra il cuoio e le pelli.
Poi, piano piano, è diventata una passione. Ma questo è un lavoro che ha bisogno di due pilastri fondamentali: passione e amore. Se non ci sono, è difficile farlo davvero.
4. Come nasce una scarpa fatta a mano?
PS. Una scarpa nasce da un elemento fondamentale: la forma. La forma determina volumi, proporzioni, dimensioni. Poi viene il modello, quindi la tomaia, cioè l’insieme dei pezzi che compongono la parte superiore, e infine il sottopiede, che è l’anima interna su cui poggia il piede.
Questi sono i tre elementi madre di una scarpa: forma, tomaia e sottopiede. Poi tutto il resto conta, perché in una scarpa ogni passaggio è importante. Io dico sempre che la scarpa è come una minestra: quello che ci metti dentro, poi lo ritrovi.
5. In che modo tradizione e creatività convivono nelle vostre scarpe?
PS. A volte il processo creativo cozza un po’ con la tradizione, perché ci sono regole tecniche che bisogna seguire. Però la vera sfida è proprio questa: cercare di rompere certi canoni senza tradire il mestiere.
Nella nostra collezione ci sono modelli super classici e super tradizionali, ma io cerco sempre di aggiornare il classico, di renderlo moderno, di dargli un nuovo appeal. Nel mondo dell’uomo tutto si gioca su dettagli piccoli, su millimetri.
6. Che influenza ha avuto suo padre sul vostro modo di lavorare?
PS. Totale. Papà Gennaro ha influenzato profondamente il nostro modo di pensare e di agire. Era un visionario. Ci ha insegnato a guardare più in là del nostro naso, nel lavoro ma anche nella vita.
La storia era iniziata da mio nonno, ma è stata portata avanti in modo ancora più forte da papà con i suoi fratelli, e poi da noi.
7. Che profumo ha la vostra scarpa?
PS. Ha il profumo della tradizione, dell’antico, ma anche del nuovo e del futuro. Oggi nel nostro laboratorio ci sono tanti ragazzi giovani. Noi crediamo molto nel futuro, nel prodotto, nell’azienda, e cerchiamo di formare i giovani proprio per dare continuità a tutto questo.
8. Come trasmettete il mestiere alle nuove generazioni?
PS. Con non poca difficoltà. Perché oggi molti ragazzi vogliono tutto e subito. Il nostro lavoro, oltre a passione e amore, richiede pazienza. Pazienza nel guardare, nel capire, nell’assorbire.
Noi preferiamo giovani che non abbiano nessuna esperienza nel mondo calzaturiero, perché vogliamo avere un foglio bianco su cui scrivere il nostro modo di lavorare. Quando troviamo ragazzi volenterosi, con voglia e soprattutto con pazienza, allora si può costruire qualcosa di importante.
Molti non si rendono conto dell’opportunità che hanno nell’imparare un’arte. E invece essere artigiano è bello, è prestigioso, è importante.
9. Che cosa porta davvero un cliente a pagare per un paio di scarpe Paolo Scafora?
PS. Perché sa che sta comprando storia, tradizione, qualità e comfort. Noi non abbiamo grandi budget pubblicitari o campagne di marketing. Nel nostro caso, tutto il costo è sul prodotto.
I soldi che vengono investiti per quel paio di scarpe stanno dentro quel paio di scarpe: nella qualità, nella scelta dei materiali, nella lavorazione. E poi il cliente compra anche una storia, una tradizione, il piacere di sapere che sta acquistando proprio questo.
10. Perché è così importante portare i clienti in azienda?
PS. Perché una cosa è vedere la scarpa finita, un’altra è vedere il lavoro che c’è dietro. Quando il cliente viene in azienda resta stupito. Una scarpa può sembrare semplicemente bella tra le mani. Ma quando capisce che una cucitura viene fatta punto per punto, filo per filo, e che per una sola cucitura possono volerci due ore, allora cambia tutto.
Per me è sempre una grande soddisfazione quando i clienti vengono qui e vedono con i loro occhi quanto lavoro c’è dietro un paio di scarpe.
11. Che cosa pensa di questo equilibrio tra abito e scarpa?
PS. Rispondo così: puoi avere l’abito più bello del mondo, la camicia perfetta, la cravatta perfetta. Poi metti un paio di scarpe mediocri, e hai rovinato tutto.
Al contrario, se metti un gran bel paio di scarpe sotto un insieme meno forte, secondo me quel paio di scarpe rivaluta tutto il resto.
12. Da dove nasce la sua esigenza di perfezione?
PS. Dalla mia forma mentis e dalla natura stessa della scarpa. Basta uno o due millimetri sbagliati per compromettere la calzata. Mezzo numero sposta di circa 2,5 millimetri. Questo significa che se sbagli di poco, hai già sbagliato molto.
Chi compra una scarpa di questo livello vuole stare comodo da subito. E ha ragione. Per rispetto dei soldi che spende un cliente bisogna essere attentissimi. Nel mio lavoro la tolleranza è quasi zero.
13. Perché il fatto a mano è così importante?
PS. Il fatto a mano è il cuore del prodotto. Però non basta dire che una scarpa è fatta a mano perché sia automaticamente la migliore del mondo. Una scarpa è grande se è bella, comoda e ha un giusto rapporto qualità-prezzo.
Nel fatto a mano c’è qualcosa in più: il piacere del cliente di sapere che quel prodotto è stato realizzato secondo una certa cultura, una certa tradizione. Sta comprando anche questo.
14. Ha dovuto sacrificare la vita personale per costruire questo percorso?
PS. Sì, sicuramente. Come tanti. Paolo Scafora come marchio nasce nel 2005, ma la tradizione di famiglia parte dagli anni Cinquanta. Nel 2005 abbiamo deciso di tornare alle origini e ripartire davvero da zero.
Il primo dipendente della Paolo Scafora ero io. Facevo tutto: montavo, cucivo, coloravo. In quegli anni ho dedicato tantissimo tempo al lavoro. Fino a mezzanotte, sabati, domeniche, Ferragosto.
Negli ultimi anni abbiamo cercato di darci regole più umane, anche per goderci la famiglia. Ma quando c’è bisogno di lavorare, si lavora.
15. Come resiste un brand di famiglia davanti ai grandi competitor globali?
PS. Il segreto, prima di tutto, è la qualità. Il nostro prodotto è fatto per essere comodo, per durare nel tempo. La nostra pubblicità più grande è il passaparola: il cliente che si trova bene e lo racconta a un altro cliente.
Competere con i big non è facile, ma ce la mettiamo tutta.
16. Come vede Paolo Scafora nei prossimi dieci anni?
PS. Da artigiano-imprenditore, è ovvio che la parte imprenditoriale vorrebbe crescere. Spero di avere il doppio del personale, di formare tanti giovani, di fare tante scarpe. Questa è la mia visione. Poi vedremo cosa riusciremo davvero a fare. Io lavoro per questo.
17. Che cosa farà per garantire che questa tradizione non vada perduta?
PS. Una delle cose più importanti è non cedere nei processi di produzione. Per velocizzare o risparmiare si possono trovare scorciatoie, certo. Ma il punto è proprio non cedere a quelle tentazioni.
Non è facile mantenere il ritmo, ma finché crediamo in quello che facciamo, il pensiero è quello di continuare così.
18. Qual è la soddisfazione più grande oggi?
PS. Far felice il cliente che indossa le nostre scarpe. Per un artigiano la soddisfazione più grande è vedere che il cliente è contento, che sta comodo, che apprezza davvero quello che ha ai piedi.
19. Se dovesse descrivere il suo mestiere in una sola parola?
PS. Arte. Perché dentro ci sono bellezza, creatività, sacrificio, amore, passione. C’è tutto.
CONCLUSIONE
Nel racconto di Paolo Scafora, la scarpa non è mai soltanto una scarpa. È memoria familiare, misura, tecnica, pazienza e fedeltà a un processo che non ammette scorciatoie.
In un tempo che chiede velocità, lui continua a parlare di pazienza. In un mercato che premia il rumore, lui continua a difendere il prodotto. E in un mondo che usa troppo facilmente la parola lusso, preferisce parole più difficili e più vere: tradizione, comfort, serietà, arte.
Forse è proprio questa la sua forza: ricordare che il vero valore di un oggetto artigianale non sta nell’immagine che produce, ma nel tempo, nella precisione e nella cultura che custodisce.