Intervista a Roberto Ugolini — L’arte silenziosa delle scarpe su misura
Nel cuore di Firenze, dove ogni strada profuma di storia e pelle, Roberto Ugolini custodisce un mestiere antico. Il suo atelier è uno spazio piccolo, ma intriso di grazia e disciplina: un luogo dove il tempo rallenta e ogni paio di scarpe nasce come un atto d’amore verso la forma, la materia e la persona che le indosserà.
1. Dove hai trascorso la tua infanzia e come sei arrivato a questo mestiere?
Sono nato e cresciuto alla periferia di Firenze. Mio nonno e il padre di mio nonno facevano scarpe, mia madre aveva un negozio di calzature. Eppure, da ragazzo, non pensavo di restare in questo mondo. È successo tutto per caso, o forse per destino.
2. Hai studiato arte o artigianato?
Ho frequentato una scuola d’arte a Firenze, con indirizzo grafico. Non era artigianato, ma forse qualcosa era già nel DNA. Disegnare, creare, osservare — sono gesti che ritrovo ancora oggi nel mio lavoro.
3. Come sei passato dalle riparazioni alla creazione di scarpe su misura?
È stato un percorso lungo. La riparazione ti insegna molto: capisci come una scarpa è fatta, dove si rompe, cosa regge. Poi, con la passione, ho iniziato a cercare qualcuno che mi insegnasse davvero. Ho trovato un artigiano vicino al mio negozio e ho imparato da lui, passo dopo passo.
4. Quando hai capito che questa sarebbe stata la tua strada definitiva?
Quando ho dovuto scegliere tra continuare con le riparazioni o dedicarmi alle scarpe fatte a mano. Ho scelto le scarpe, anche se era rischioso. Vivevo ancora con la mia famiglia e potevo permettermi di tentare. È stata la decisione giusta.
5. Che cosa distingue una scarpa su misura dal prodotto industriale o “made to measure”?
Tutto. Il percorso, la libertà di scelta, l’anima. Qui il cliente può decidere ogni dettaglio: forma, pellame, colore. Ogni scarpa è una storia unica, costruita interamente dentro il mio atelier.
6. Dove trovi ispirazione per i tuoi modelli?
A volte da vecchi cartamodelli ritrovati per caso, altre volte da una sensazione. Non disegno collezioni per tendenza: le scarpe nascono da un’emozione o da una richiesta particolare di un cliente.
7. Preferisci rimanere fedele al classico o ti piace sperimentare?
La mia base è classica, ma amo sperimentare nei materiali. Abbiamo provato, ad esempio, la lana di Casentino, quella usata nei cappotti. È difficile che un cliente la richieda, ma a me piace provare.
8. Quanto conta il rapporto umano con il cliente?
È fondamentale. Qui non si compra e si porta via. Ci si vede più volte, si prova, si corregge, si parla. Devi essere anche un po’ psicologo: capire cosa vuole davvero, a volte anche quando non lo sa.
9. Quali valori consideri essenziali nel tuo marchio?
La verità del lavoro. Tutto ciò che entra in questo laboratorio è fatto a mano. Ho provato a velocizzare con qualche macchina, ma poi ho capito che avrei perso me stesso. Non puoi raccontare una bugia a chi ti sceglie per la tua autenticità.
10. Qual è stata la tua esperienza con il Giappone, dove hai una clientela fedele?
È iniziato più di vent’anni fa, grazie a un ragazzo giapponese conosciuto a Firenze. Mi invitò per il mio primo trunk show. Da lì è nato tutto. Il Giappone mi ha accolto con rispetto e calore. All’inizio mi chiedevano persino gli autografi — per me era incredibile.
11. Come spieghi a un cliente il valore di una scarpa da 2.500 euro?
Qui si capisce da sé. Basta guardarsi intorno, sentire l’odore della pelle, vedere le mani al lavoro. Non vendo un oggetto, ma il tempo e la dedizione di chi lo ha fatto. Chi comprende questo non chiede mai “perché costa tanto”.
12. Qual è la parte più soddisfacente del processo?
Quando togli la forma e vedi la scarpa “nascere”. In quel momento capisci che tutto il lavoro precedente ha preso vita.
13. Hai mai vissuto un fallimento con un cliente?
Sì, succede. Una volta un americano mi disse che si aspettava qualcosa di meglio. Mi è dispiaciuto molto. Puoi accettare un difetto tecnico, ma non una mancanza di comfort. Quando accade, è una delusione per entrambi.
14. Come vedi il futuro dell’artigianato in un mondo dominato dal fast fashion?
Non è facile, ma vedo un ritorno all’autenticità. Ora tutti parlano di “fatto a mano”, anche le grandi aziende. Forse la gente comincia a capire che dietro la parola “artigiano” c’è la vera bellezza del nostro mestiere.
15. Quale consiglio daresti ai giovani che sognano di aprire un laboratorio come il tuo?
Coraggio. E un pizzico di incoscienza. Questo mestiere richiede dedizione assoluta. Ma se ami ciò che fai, non ti pesa mai. Io morirò qui, seduto al mio banco, con la testa piegata sul cuoio — e per me sarà una bella fine.
Testo a cura di Maestri Mi — Progetto dedicato alla valorizzazione dell’artigianato italiano e delle storie che ne custodiscono l’anima.