Luca Rubinacci
- Benvenuto, Luca. Partiamo dall’infanzia: qual è il ricordo più vivido legato alla sartoria di famiglia?
LR. A sei anni accompagnavo mio padre al Pitti Uomo. Per me era un gioco: toglievo la plastica alle cravatte, le appendevo nello stand Rubinacci e, finita la fiera, le rimettevo in busta. Dopo scuola passavo i pomeriggi in sartoria: raccoglievo i ritagli che cadevano dai tavoli di taglio, li facevo cucire come tasche improvvisate sui jeans – tweed, flanelle, cose “strane”. Mi ha educato alla materia e al dettaglio, anche se allora lo vivevo come un gioco. - Le lezioni fondamentali di tuo padre e di tuo nonno?
LR. Mio nonno ha de‑costruito la giacca, anticipando la giacca napoletana. Mio padre ha trasformato la bottega nella Sartoria Rubinacci che conosciamo, riconoscibile per la sua napoletanità. Da lui ho imparato una cosa enorme: non dirmi «si fa così», ma lasciarmi libero di sbagliare, fare esperienza e capire da solo cosa è giusto. Col tempo capisci che l’esperienza non è mai abbastanza: oggi parliamo quasi 24 ore su 24. - In che modo la famiglia ha plasmato la tua idea di eleganza?
LR. Vesto le persone per quello che sono. Il cliente si aspetta un abito all’altezza; ciò che non si aspetta è che gli costruiamo anche uno stile personale, oltre al nostro DNA inconfondibile. - Cosa significa portare avanti un’eredità di tre generazioni?
LR. Orgoglio e responsabilità. Ogni generazione deve innovare: per continuare a cavalcare l’onda non bisogna mai smettere di nuotare. - La tua prima “educazione al tessuto”?
LR. Da Sergio Loro Piana. I tessuti si toccano con indice e pollice, con entrambe le mani: si sente mano e peso. Ogni tessuto è “buono” nel suo contesto; il punto è capire quale. - Tuo nonno sarebbe orgoglioso della direzione che hai dato al brand?
LR. Credo di sì. Ogni generazione è innovatrice a modo suo; io lo sono nella mia. - Come hai scelto di proseguire la tradizione?
LR. Sono il quarto di quattro, l’unico maschio. Nessuno me l’ha imposto: l’ho capito da solo. Le mie sorelle sono colonne dell’azienda: Chiara è il mio braccio destro e guida Londra; Marcella e Alessandra coordinano aree cruciali a Napoli. - Tradizione e innovazione: come convivono?
LR. Non si inventa nulla: si prende dal passato e si contestualizza al presente con equilibrio. Ho studiato a Savile Row, lavorato nel Comasco e in brand blasonati. Abbiamo anche ringiovanito la clientela: l’età media è scesa da ~60 a ~35 anni (verifica 2019), grazie a linguaggio contemporaneo e social. - Il “segreto” del bilanciamento tra passato e presente?
LR. Buon senso ed equilibrio. - Come dialoghi con i giovani?
LR. Sul mio Instagram non “vendo” il brand: faccio una scuola di stile semplice e concreta, senza ostentazione. Voglio che chi guarda possa prendere spunto subito, nel proprio contesto reale. La pagina Rubinacci resta istituzionale; la mia è educativa. - Come innovi il processo creativo?
LR. Mi alleno a vedere ciò che non mi piace (consiglio di mio padre quando ho iniziato ad andare al Pitti da solo). Copiare ciò che ti piace è facile; difficile è notare ciò che non funziona e farlo meglio. Lì nasce la vera innovazione. - Hai mai dubitato dell’eredità Rubinacci?
LR. Mai. - I dettagli (kissing buttons, roll, ecc.) quanto contano?
LR. Vanno conosciuti e contestualizzati, non feticizzati. Siamo napoletani nello spirito ma camaleontici nell’esecuzione: una giacca inglese “alla perfezione” o milanese “meglio dei milanesi” se serve al cliente. I kissing buttons nascono anche per mostrare il lavoro a mano (la macchina li romperebbe sovrapposti), ma non sono un dogma né sempre funzionali. - Come spieghi il valore del dettaglio a chi compra?
LR. Dedico esattamente il tempo che il cliente vuole: può essere un’ora o una giornata. Se si appassiona, resta con te. L’uomo medio si copre, non si veste: pochi capi ben fatti, e un motivo per sceglierli. Esistono nicchie più vanitose, certo, ma parlo della maggioranza. - Dove vive la maestria?
LR. Nella rifinitura: ogni artigiano è una “prima donna” e mette sé stesso nell’abito. Un su misura completo è un’opera. - La parte più emozionante del processo?
LR. Le prove: lì si orchestra tutto, si costruisce l’abito sulla persona, entra in gioco l’empatia sarto‑cliente. - E quando qualcosa non funziona?
LR. Mi fermo e ricomincio. Se alla seconda prova non siamo allineati, meglio ritagliare il cartamodello. Ostinarsi produce cattivi risultati. È onestà operativa che il cliente apprezza. - Come fai durare un abito “for life”?
LR. Progettiamo modificabilità: margini nelle cuciture, interni liberi, ultima asola manica chiusa per eventuali allungamenti. Quando il cartamodello è validato, si possono fare ordini successivi anche senza prove. - Un abito che rispecchia la personalità del cliente: da dove si parte?
LR. Dal dialogo: contesto, abitudini, perché ordina. Poi selezioniamo ciò che serve davvero. - L’era digitale cosa cambia?
LR. È potentissima ma va maneggiata con prudenza: non tutto ciò che luccica è reale. Oggi raggiungi il cliente finale, ma serve senso critico da entrambe le parti. - Le tendenze che influenzeranno Rubinacci?
LR. Essere al passo senza tradire le origini. Mio padre dice: «Fai ciò che vuoi, purché con qualità». - Un sogno personale già realizzato?
LR. La famiglia: due figli bellissimi. - Sostenibilità: che cosa significa per te?
LR. Il nostro lavoro è intrinsecamente sostenibile: fatto a mano, capi che restano anni in guardaroba. Usiamo anche cotoni riciclati, lino, colori naturali; regaliamo tote per ridurre plastica. Ma il punto vero è comprare bene e tenere: poche cose buone, non venti abiti l’anno da cambiare di continuo. - Come vorresti fosse percepito Rubinacci tra 20–50 anni?
LR. Come quando sono entrato: il massimo della sartoria napoletana, con respiro internazionale. Magari più espansi – perché no, hotel à la Rubinacci – ma sempre fedeli all’essenza. - Fuori dalla moda, con cosa ti diverti?
LR. Sono un amante del bello: collaboro con Eleven Raven (tavolo da biliardo che diventa tavolo da pranzo, lanciato alla Design Week) e con Artisans de Genève su un Rolex d’oro custom. Non c’entra con la sartoria, ma mi diverte. - Che cosa hai indossato al matrimonio?
LR. Un morning suit (tight) in Spagna: massimo dell’abito da giorno, scelto per rispetto del contesto. Gilet colorati per i testimoni (blu per me, verde mela per loro) in ispirazione inglese: è una festa. - I tuoi figli?
LR. Ines e Mariano (come il nonno). Dico che è “nato con la camicia”: sulle nostre camicie su misura compare la firma Mariano Rubinacci anni ’90. - Quali artigiani ammiri?
LR. Non solo napoletani: Milano, Firenze, Parigi, Londra. La buona concorrenza ti rende migliore; parlare tra addetti ai lavori fa crescere tutti. - Come adatti lo stile a ogni cliente?
LR. Caso per caso, sempre con buon senso. Guardi la persona e il suo contesto. - Quanto pesa il passaparola?
LR. È la pubblicità più rapida ed efficace: un cliente felice racconta l’esperienza. - Che rapporto costruisci con i clienti?
LR. Strettissimo, quasi medico/psicologo: in prova c’è intimità e fiducia. Anche conversazioni oltre il lavoro. - Creatività e profitto possono convivere?
LR. Devono. Oggi una sartoria va guidata da imprenditori oltre che da sarti. Si lavora per creare valore senza tradire la qualità, credendoci ogni giorno. - Un consiglio al Luca ventenne?
LR. Studia meglio l’inglese: lingua internazionale che apre strade e velocizza percorsi. Per questo i miei figli sono in scuola internazionale fin da piccoli (in casa parlano già italiano e spagnolo). - Competizione con Kiton, Attolini e altri?
LR. Massimo rispetto. Ci sono anche sarti piccoli straordinari. La differenza la fa il singolo. - Il cliente più “inaspettato”?
LR. Un politico importante mi ricevette, girò una clessidra e disse: «Questo è il tempo che hai». In pochi minuti presi misure e foto, poi selezionammo una ventina di abiti. Preparazione, prontezza e un po’ di umorismo fanno la differenza. - Che cos’è il lusso oggi?
LR. Ha molte sfaccettature (di massa, di nicchia, di experience). Per noi significa qualità, eccellenza, servizio. Nei su misura scriviamo solo nome e data del cliente: niente ostentazione. - Eleganza autentica nell’era dell’oversize/comfort?
LR. Adattarsi al contesto e sentirsi a proprio agio. Il surfer è elegante sulla sua onda; il nuotatore in piscina. Ognuno nel proprio ambiente. - Come garantisci capi “for life”?
LR. Progettazione per la modificabilità, rispetto del cartamodello e qualità che attraversa le stagioni della vita.
I. Tre parole per definire lo stile Rubinacci.
LR. Gusto. Bellezza. Buon senso.